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voltairenet.orgI dirigenti israeliani affermano di essere "pronti a fare la pace" con i palestinesi. In realtà i governi israeliani succedutisi negli anni non hanno mai avuto nessuna intenzione di fare la pace. Si sono invece serviti del cosiddetto "processo di pace" per continuare la loro politica di distruzione e di disumanizzazione, non solo della Palestina ma anche di altri paesi e popoli del Vicino e Medio Oriente. Hanno potuto opprimere e scacciare il popolo palestinese senza mai subire sanzioni. Il giornalista italiano Giorgio S. Frankel, intervistato da Silvia Cattori, evidenzia la complicità di questi giornalisti di parte - e dei governi occidentali - nell’espansione dello Stato ebraico e nel prolungamento delle sofferenze del popolo palestinese.

Silvia Cattori: Come lei sa quando si tratta dei crimini commessi dall’esercito israeliano contro gli Arabi, la stampa non è affatto neutra. Non é lei stesso uno di questi giornalisti che nel passato ha contribuito a dipingere un’immagine idillica di Israele?

Giorgio S. Frankel [1]: Sì, in passato ho partecipato a questa propaganda sionista perché sono cresciuto in un contesto favorevole a Israele. Quindi avevo assorbito questa cultura. In un certo senso la stampa, i media occidentali, contribuiscono attivamente a perpetuare l’immagine e l’ideologia di Israele. Questo aprirebbe un discorso lunghissimo sul potere delle forze filo-israeliane nella stampa e nei media.

Teniamo presente che praticamente tutti i corrispondenti dei giornali statunitensi in Israele sono ebrei filo-israeliani. Molti di essi hanno servito volontariamente nelle forze armate israeliane. Quindi questo fenomeno esiste. Uno dei pilastri della potenza israeliana nel mondo è questa capacità di perpetuare la narrativa israeliana e di modificare continuamente la storia per riscriverla in modo favorevole a Israele. Per esempio adesso sono passati più di 40 anni dalla guerra del giugno 1967. Quasi nessuno non ricorda più come è iniziata. La letteratura filo-israeliana scrive con disinvoltura che è stata una guerra in cui Israele si è dovuto difendere da una aggressione araba. Questa aggressione araba non è mai esistita. È Israele che nel giugno 1967, alla fine di una lunga crisi politica con la Siria, attaccò l’Egitto di sorpresa. Oggi si scrive che Israele ha dovuto condurre una guerra di difesa dopo una aggressione araba. Questo è un esempio.

Silvia Cattori: Il fatto che i corrispondenti statunitensi inviati in Israele, siano “quasi tutti ebrei filo-israeliani” è certamente un problema. Ma a suo avviso nei paesi europei non vediamo lo stesso fenomeno?

Giorgio S. Frankel: L’Europa ha avuto un atteggiamento misto fino a qualche anno fa. In un passato non molto lontano l’Europa tendeva di più a simpatizzare per i palestinesi. Negli anni ‘70 e ‘80, l’Italia era manifestamente più filo-araba che filo-israeliana. L’atteggiamento europeo è cambiato dopo l’attacco dell’11 settembre 2001, quando si è scatenata nel mondo questa politica antiaraba. L’attacco è stato identificato come un’offensiva araba contro il mondo occidentale. Dopo questa svolta antiaraba si è diffusa nel mondo occidentale una crescente ostilità verso l’Islam.

L’islamofobia in Europa è stata trasmessa dagli Stati Uniti. Oggi l’Europa, dopo l’11 settembre, e con la politica dei paesi europei dopo la guerra all’Iraq, si è allineata sulle posizioni statunitensi e persegue una politica antiaraba. Questa crescente islamofobia è in gran parte alimentata, condivisa, sostenuta da Israele. Bisogna sapere che i più importanti razzisti europei, come l’olandese Gert Wilders, e altri razzisti nordici, sono considerati eroi in Israele. Gert Wilders è regolarmente invitato a tenere conferenze anche nelle università israeliane.

C’è questo atteggiamento anche nei media europei ; un po’ meno in quelli britannici. Però, in effetti, per tanti motivi, Israele è riuscito a imporre il suo linguaggio, la sua narrativa delle vicende vicino e medio-orientali. Gli israeliani hanno un grande potere, hanno una grande capacità propagandistica. I palestinesi non dispongono di questa forza. Gli arabi non hanno questa capacità. Israele ha preso il controllo a poco a poco. Ha impiegato molto tempo. Adesso ha praticamente il controllo delle comunità ebraiche in Europa e negli Stati Uniti. Un tempo non era così. Un tempo le comunità ebraiche criticavano la politica di Israele. Quindi se noi pensiamo alla propaganda a favore di Israele negli Stati Uniti, questa non è fatta da emigrati, ma è fatta da ebrei statunitensi che ne condividono la cultura, il linguaggio. Non sono estranei. Gli ebrei statunitensi sono pienamente integrati, membri del Congresso, giornalisti. La propaganda filo-israeliana è rafforzata da questo fatto.

Silvia Cattori: Quando questo controllo politico di Israele sul mondo ebraico ha preso questa svolta?

Giorgio S. Frankel: Bisogna ricordare che all’inizio il sionismo era osteggiato nel mondo ebraico, soprattutto tra gli ebrei statunitensi. C’è voluto molto tempo perché i sionisti riuscissero ad affermarsi. Questo, tra l’altro, è una delle origini storiche della notevole arroganza, della propensione alla violenza del sionismo. Il sionismo è diventato arrogante e politicamente violento proprio nella sua esperienza negli Stati Uniti, quando doveva affermarsi nell’ebraismo statunitense. Soprattutto dopo la seconda guerra mondiale. Gli ebrei di tutto il mondo hanno sempre avuto un atteggiamento molto favorevole e molto sentimentale nel confronto di Israele. Se vogliamo parlare di svolta, c’è stata una svolta importante dopo la guerra del giugno 1967. Questa guerra è importantissima nella storia di Israele. Ha creato nella mentalità israeliana un senso di sicurezza e di potenza. Quindi c’è sempre stata una dialettica tra Israele e l’ebraismo, tra chi doveva dominare l’altro. Ma dopo la guerra del 1967 i governi israeliani hanno deciso che spettava a loro dominare il mondo ebraico. Così è stato fatto a poco a poco.

Silvia Cattori: Dunque la propaganda delle autorità israeliane, che ha sempre teso a denigrare e disumanizzare gli Arabi e i musulmani, serve, tra l’altro, a coinvolgere e a ottenere la piena adesione degli ebrei al progetto sionista di dominazione e di distruzione della nazione palestinese?

Giorgio S. Frankel: La paura dei popoli musulmani è cresciuta dopo l’11 settembre. Questo evento ha permesso alle forze israeliane di additare il mondo islamico come un nemico storico del mondo occidentale con il quale non si può fare la pace. In Europa per motivi storici, che risalgono alle crociate, c’è questo timore ancestrale dei musulmani. Dopo l’11 settembre è stato facile rilanciare questa paura.

Silvia Cattori: Questa propaganda israeliana contro il mondo arabo e musulmano è riuscita fino ad oggi, con l’aiuto dei nostri giornalisti e governi, a mascherare gravi crimini come la pulizia etnica, l’annessione di Gerusalemme, i ripetuti massacri. È difficile capire che crimini così gravi e massicci non pongano un problema morale agli ebrei che sostengono lo Stato che li commette in loro nome. Vediamo persino giornalisti progressisti, militanti di gruppi “Ebrei per la pace” tenere un discorso che “risparmia”, e in un certo senso “legittima”, il progetto razzista dello Stato israeliano. Solo piccoli gruppi marginali hanno sempre sostenuto chiaramente il diritto al ritorno dei palestinesi [2]. Non è sempre stato questo un modo di legittimare la politica di uno Stato il cui progetto politico razzista, la cui ideologia violenta, ha vuotato la Palestina dei suoi abitanti arabi?

Giorgio Frankel: E’ estremamente complicato. Se ci si attiene a fasi del negoziato israelo-palestinese, gli stessi negoziatori palestinesi dicono implicitamente che se si facesse uno stato palestinese in Cisgiordania e a Gaza, il ritorno dei rifugiati sarebbe compreso nello stato Palestinese ; che loro si accontenterebbero di una dichiarazione da parte di Israele di un’assunzione di responsabilità storica per il dramma dei palestinesi cacciati nel 1948 ; che Israele potrebbe lasciar entrare solo qualche decina di migliaia di palestinesi. Anche nel piano di pace proposto dal re dell’Arabia saudita nel 2002, riconfermato nel 2007, non si parla esplicitamente di diritto al ritorno, ma di una soluzione negoziata tra Israele e i palestinesi.

Nell’ipotesi di una soluzione “due Stati” il problema è di sapere se questa soluzione “due Stati” è possibile, con Israele entro i confini del 1967, e uno stato palestinese in Cisgiordania e a Gaza. In questi ultimi dieci anni si è continuato a parlare di “due Stati per due popoli”. Ora, quel che si è visto, forse definitivamente nel 2010, è che questa soluzione non è assolutamente possibile, perché Israele si è preso metà delle terre conquistate nel 1967 per costruire le colonie.

Israele non cederà mai questi territori. Quello che è emerso è che Israele non ha premura; che Israele vuole col tempo arrivare al dominio di tutto il territorio. Al totale dominio della Cisgiordania e di Gaza. Il che implica di fatto la conseguente espulsione dei palestinesi che ci vivono.

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Inviato da : admin, 18 Ago 2011,  Stampa la notizia:  Share/Save/Bookmark

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