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Malattie non diagnosticate e guerra radioattiva - Parte II

Soldat états-unien manipulant des obus de tank pourvus de pointes à l'uranium appauvri

Ricerche attuali sulle conseguenze sanitarie delle armi all’Uranio

La più importante contaminazione da radio-nuclidi è avvenuta nel 1991 durante la Prima Guerra del Golfo. L’Uranio Depleto (impoverito)(DU) utilizzato nei proiettili anticarro ha contaminato il territorio dell’Iraq esponendo cronicamente la popolazione e i soldati alle polveri, ai vapori e agli aerosol di DU. Un piccolo numero di soldati delle Forze della Coalizione è stato colpito dalle schegge di proiettili al DU. La lega delle granate al DU contiene per il 99,8 % Uranio238, che emette un 60% di radiazioni alfa, beta e gamma, rispetto all’Uranio naturale. Il DU è un metallo pesante, 1,6 volte più denso del piombo. È organotropo, vale a dire che si fissa su alcuni organi bersaglio, come i tessuti dello scheletro, dove va ad insediarsi per tantissimo tempo. Poco a poco, tende a dissolversi e gli isotopi di uranio vengono eliminati. Sono stati registrati nelle urine di ex combattenti della Guerra del Golfo, 10 anni dopo che costoro li avevano assorbiti per inalazione o attraverso ferite da schegge di proiettile. Studi sulla loro ripartizione tessutale dimostrano che avviene l’accumulo di DU nelle ossa, nell’apparato renale, nel sistema riproduttivo, nel cervello, nei polmoni, cosa che induce effetti geno-tossici, mutageni e cancerogeni, accompagnati ad alterazioni teratogene e nella riproduzione [Nota 61: Horan P, Dietz L, Durakovic A. «The quantitative analysis of depleted uranium isotopes in British, Canadian, and U.S. Gulf War veterans» [Nota published erratum appears in Mil Med 2003 ; 168:474]. Mil Med 2002 ; 167:620–7.].
Si sono registrate contaminazioni interne da isotopi di DU in ex combattenti della Prima Guerra del Golfo, britannici, canadesi ed americani, ancora dopo 9 anni dalla loro esposizione alla polvere radioattiva. Parimenti si è identificata la presenza di isotopi nei polmoni, nel fegato, nei reni e nelle ossa di un ex combattente Canadese, nel corso della sua autopsia. Questi organi contenevano forti concentrazioni di uranio, i rapporti isotopici rivelavano la presenza di DU. Ricerche effettuate nel 1991, anno della Prima Guerra del Golfo, suggerivano la presenza di uranio nell’organismo e nell’urina di ex combattenti, contaminati [Nota 62: Uranium Medical Research Centre. UMRC and research activities. Available from: www.umrc.net/umrcResearch. asp. Accessed: September 8, 2003.]. Degli impedimenti logistici e la controversia sul DU hanno ritardato l’approfondimento degli studi fino al 1998, anno in cui i veterani della Prima Guerra del Golfo sono stati sottoposti a diagnosi attraverso attivazione neutronica. Benché questo metodo sia dedicato al rilevamento di tracce di uranio, il suo uso precoce ha permesso di constatare una contaminazione importante. Gli esiti di queste ricerche sono stati presentati al Congresso Internazionale della Società per la Ricerca sulle Radiazioni, tenutosi a Dublino nel 1998.

Le ricerche sperimentali si sono succedute grazie al ricorso di un metodo più moderno, la spettrografia di massa, alla Memorial University of Newfoundland (St John’s, Terranova, Canada) e in seguito alla British Geological Survey (Nottingham, Inghilterra). Le due serie di studi hanno confermato concentrazioni e percentuali isotopiche di DU molto elevate nel 67 % dei campioni. La prima presentazione dei dati forniti dalla spettrografia di massa è avvenuta al Congresso Europeo di Medicina Nucleare, a Parigi nel 2000. Le ricerche sono continuamente progredite, dal rilevamento e la determinazione quantitativa del DU negli organismi di ex combattenti fino all’attuale valutazione degli effetti clinici della contaminazione da uranio in veterani della Prima Guerra del Golfo, nei civili Iracheni, nei soldati e civili dell’area Balcanica, nei civili Afgani, e più di recente, in abitanti della striscia di Gaza e della Cisgiordania. Il DU, scoria debolmente radioattiva del processo di arricchimento isotopico dell’uranio naturale, è stato identificato come un contaminante incontestabile presente nelle zone di conflitti militari summenzionati. Il suo ruolo eziologico nella genesi della sindrome del Golfo è stato l’oggetto di continue controversie dopo questa guerra. Le prove ben documentate della tossicità, tanto quella chimica che quella radiologica, degli isotopi di uranio sono state di recente l’oggetto di un grande numero di ricerche e di relazioni scientifiche sugli effetti tossici per l’organismo, mutageni, teratogeni e cancerogeni da parte di questi isotopi [Nota 63: McDiarmid MA, Keogh JP, Hooper FJ, McPhaul K, Squibb K, Kane R, et al. «Health effects of depleted uranium on exposed Gulf War veterans». Environ Res 2000 ; 82:168–80.]. Alcuni studi recenti di biodistribuzione in animali da laboratorio, nel corpo dei quali sono stati impiantati frammenti di DU, hanno confermato i risultati di studi antecedenti sulla biodistribuzione, secondo i quali i reni e le ossa sono dei centri recettivi per gli isotopi di uranio, come pure lo sono il sistema linfatico, respiratorio, riproduttivo e nervoso centrale [Nota 64: Gu G, Zhu S, Wang L, Yang S. «Irradiation of 235 uranium on the growth, behavior and some biochemical changes of brain in neonatal rats» [Nota in Chinese]. Wei Sheng Yan Jiu 2001 ; 30:257–9.].

Dopo più di un secolo, si conoscono gli effetti tossici dell’uranio in tema di chemio-tossicità renale, che sono stati confermati da recenti studi su cellule renali in vitro. Gli studi che riguardano gli effetti del DU sul sistema nervoso centrale hanno confermato la sua ritenzione nelle zone dell’ippocampo (N.d.tr.: una circonvoluzione cerebrale temporo-occipitale mediale, situata sulla faccia inferiore del cervello). Inoltre, si sono osservate modificazioni elettro-fisiologiche sul sistema nervoso delle cavie, nel corpo delle quali erano state impiantate piccole sfere di DU [Nota 65: Pellmar TC, Keyser DO, Emery C, Hogan JB. «Electrophysiological changes in hippocampal slices isolated from rats embedded with depleted uranium fragments». Neurotoxicology 1999 ; 20:785–92.]. Recentemente, alcuni effetti potenzialmente mutageni dovuti alla contaminazione interna di DU sono stati messi in correlazione temporale fra l’uranio impiantato e la manifestazione oncogena dei tessuti [Nota 66: Miller AC, Fuciarelli AF, Jackson WE, Ejnik EJ, Emond C, Strocko S, et al. «Urinary and serum mutagenicity studies with rats implanted with depleted uranium or tantalum pellets». Mutagenesis 1998 ; 13:643–8.], come pure l’instabilità genomica [Nota 67: Miller AC, Brooks K, Stewart M, Anderson B, Shi L, McClain D, et al. «Genomic instability in human osteoblast cells after exposure to depleted uranium: delayed lethality and micronuclei formation». J Environ Radioact 2003 ; 64:247–59.]. La trasformazione neoplastica degli osteoblasti umani in una coltura cellulare contenente DU conferma il rischio di cancro provocato dal DU [Nota 68: Miller AC, Blakely WF, Livengood D, Whittaker T, Xu J, Ejnik JW, et al: «Transformation of human osteoblast cells to the tumorigenic phenotype by depleted uranium-uranyl chloride». Environ Health Perspect 1998 ; 106:465–71.]. Questo corrisponde a ciò che si conosce sui rischi cancerogeni che il DU provoca sulle cellule endobronchiali, determinati dalla carica polmonare durante l’inalazione di aerosol [Nota 69: Durakovic A, Dietz L, Zimmerman I. «Evaluation of the carcinogenic risk of depleted uranium in the lungs of Gulf War veterans». In: Hansen HH, Demer B, editors. Proceedings of the 10th World Congress on Lung Cancer ; 2003 Aug 10-14 ; Vancouver, Canada. London: Elselvier ; 2003. S. S252 P-634.] – rischi cancerogeni subiti dai polmoni di ex combattenti della Prima Guerra del Golfo. Il rischio veniva valutato applicando il metodo di Battelle di simulazione del liquido polmonare interstiziale e attraverso l’analisi di campioni di urine delle 24 ore di un veterano, che contenevano 0,150 mg di DU, 9 anni dopo l’esposizione per inalazione [Nota 70: Durakovic A, Horan P, Dietz LA, Zimmerman I. «Estimate of the time zero lung burden of depleted uranium in Persian Gulf War veterans by the 24-hour urinary excretion and exponential decay analysis». Mil Med 2003 ; 168:600–5.]. Si è accertato che, al momento dell’esposizione, la carica polmonare corrispondeva a 1,54 mg di DU, con una dose di radiazione alfa di 4,4 millisieverts (mSv) durante il primo anno e di 22,2 mSv, 10 anni dopo l’esposizione. Questi valori vanno ben oltre le dosi di inalazione al massimo tollerabili di DU e giustificano le nuove ricerche sulla possibilità di modificazioni maligne al livello polmonare.

Queste raccolte di dati sull’uomo sono molto importanti, quando si prendono in considerazione le recenti prove sugli effetti mutageni delle particelle alfa su cellule marcate e le instabilità cromosomiche delle cellule del midollo osseo umano generate dalle radiazioni alfa [Nota 71: Kadhim MA, Macdonald DA, Goodhead DT, Lorimore SA, Marsden SJ, Wright EG. «Transmission of chromosomal instability after plutonium alpha-particle irradiation». Nature 1992 ; 355:738–40.] [Nota 72: Kadhim MA, Lorimore SA, Hepburn MD, Goodhead DT, Buckle VJ, Wright EG. «Alpha-particle-induced chromosomal instability in human bone marrow cells». Lancet 1994 ; 344:987–8.]. L’instabilità cromosomica, dovuta alle particelle alfa, esplica chiaramente gli effetti mutageni osservati nei veterani britannici della Guerra del Golfo, positivi al DU, come di recente ha dimostrato lo studio sui linfociti periferici presentato all’Università di Brema [Nota 73: Schroder H, Heimers A, Frentzel-Beyme R, Schott A, Hoffmann W. «Chromosome aberration analysis in peripheral lymphocytes of Gulf War and Balkans War veterans». Radiat Prot Dosimetry 2003 ; 103:211–9.]. Questo risultato corrisponde a quello di precedenti studi sulle instabilità cromosomiche provocate da deboli dosi di particelle alfa (nuclei di elio, con due protoni), raffrontate con gli identici effetti provocati dall’irraggiamento con protoni. [Nota 74: Nagasawa H, Little JB. «Induction of sister chromatid exchanges by extremely low doses of alpha-particles». Cancer Res 1992 ; 52:6394–6.]. Gli studi sugli effetti delle particelle alfa e i recenti progressi sull’irradiazione di cellule di mammiferi, attraverso microfascio, permettono di valutare con precisione il percorso di un’unica particella alfa attraverso il nucleo della cellula e di misurarne gli effetti cancerogeni [Nota 75: Miller RC, Randers-Pehrson G, Geard CR, Hall EJ, Brenner DJ. «The oncogenic transforming potential of the passage of single alpha particles through mammalian cell nuclei». Proc Natl Acad Sci USA 1999 ; 96:19–22.].

Benché i meccanismi della mutagenicità e degli effetti cancerogeni delle particelle alfa inalate restino ancora oscuri, si è osservato che deboli dosi di particelle alfa possono provocare modificazioni dei cromatidi nelle cellule umane normali [Nota 76: Lehnert BE, Goodwin EH, Deshpande A. «Extracellular factor(s) following exposure to alpha particles can cause sister chromatid exchanges in normal human cells». Cancer Res 1997 ; 57:2164–71.]. Le implicazioni pratiche di questi studi sono importanti, tenuto conto del fatto che più del 10 % di tutti i decessi per tumore negli Stati Uniti sono dovuti ad un deposito polmonare di particelle alfa [Nota 77: Kennedy CH, Mitchell CE, Fukushima NH, Neft RE, Lechner JF. «Induction of genomic instability in normal human bronchial epithelial cells by 238Pu alpha-particles». Carcinogenesis 1996 ; 17:1671–6.]. Inoltre, sono importanti in ragione dell’instabilità genomica delle cellule bronchiali umane provocata dalle particelle alfa, fenomeno ben documentato [Nota 78: Yang ZH, Fan BX, Lu Y, Cao ZS, Yu S, Fan FY, et al. «Malignant transformation of human bronchial epithelial cell (BEAS-2B) induced by depleted uranium» [Nota in Chinese]. Ai Zheng 2002 ; 21:944–8.]. Le cellule polmonari umane si sono rivelate più sensibili agli effetti nocivi delle particelle alfa di quelle della maggior parte degli animali da laboratorio. La valutazione quantitativa del rischio radiologico, conseguente all’inalazione di aerosol di uranio, deve tenere in considerazione i meccanismi di deposito delle particelle alfa e la loro eliminazione, mediante migrazione nei gangli linfatici polmonari e tracheo-bronchiali, attraverso la barriera alveolo-capillare, o per espettorazione e migrazione nel sistema rino-faringeo o gastro-intestinale. Il modello di eliminazione delle particelle (ICRP-66) permette una moderna valutazione del deposito delle particelle di uranio e della loro eliminazione, così come la valutazione degli aerosol di uranio inalato e la loro dosimetria interna. La ricerca ha determinato con la massima certezza un diametro delle particelle pari a 0.5-0,6 millesimi di millimetro [Nota 79: Farfan EB, Huston TE, Bolch WE, Vernetson WG, Bolch WE. «Influences of parameter uncertainties within the ICRP-66 respiratory tract model: regional tissue doses for 239 PuO2 and 238 UO2/238 U3O8». Health Phys 2003 ; 84:436–50.].

I polmoni rimangono la principale porta di ingresso degli isotopi di uranio nell’organismo, e i tessuti dell’apparato scheletrico costituiscono il bersaglio finale. Alcuni recentissimi studi sull’esposizione cronica ai minerali di uranio naturale hanno prodotto argomenti comprovanti i rischi di tumori polmonari, sia benigni che maligni [Nota 80: Simmons JA, Cohn P, Min T. «Survival and yields of chromosome aberrations in hamster and human lung cells irradiated by alpha particles». Radiat Res 1996 ; 145:174–80.]. Altre ricerche indicano allo stesso modo che il DU può causare danni ossidativi al DNA, producendo per catalisi perossido di idrogeno (acqua ossigenata) e determinando le reazioni con acido ascorbico [Nota 81: Miller AC, Stewart M, Brooks K, Shi L, Page N «Depleted uranium-catalyzed oxidative DNA damage: absence of significant alpha particle decay». J Inorg Biochem 2002 ; 91:246–-52.]. La morte cellulare provocata dalle radiazioni, le alterazioni cromosomiche, le trasformazioni cellulari, le mutazioni e la carcinogenesi sono essenzialmente la conseguenza delle radiazioni depositate all’interno del nucleo della cellula. Le radiazioni di debole intensità possono provocare una instabilità genomica in assenza di effetti evidenti provocati da un rilascio di dosi più elevate, accentuando l’importanza degli effetti di prossimità delle radiazioni di debole intensità costituite da particelle alfa [Nota 82: Busby C. Science on trial: on the biological effects and health risks following exposure to aerosols produced by the use of depleted uranium weapons. Available from: HYPERLINK "http://www.llrc.org/du/duframes.htm" www.llrc.org/du/duframes.htm. Accessed: September 5, 2003.] [Nota 83: Morgan WF. «Genomic instability and bystander effects: a paradigm shift in radiation biology?» Mil Med 2002 ; 167 (2 Suppl):44–5.]. Scambi di segmenti di cromosomi omologhi possono provocare modificazioni del nucleo della cellula che si traducono in mutazioni genetiche, interagendo con il citoplasma cellulare. Questi effetti nocivi vanno contro l’idea secondo cui deboli dosi di radiazioni non possono provocare alterazioni geniche.

Tous les calibres de munitions à l’uranium appauvri sont disponibles et couramment utilisés par les forces de l’OTAN sur les théâtres d’opération

Sindromi delle guerre del Golfo e dei Balcani

Nel corso della Prima Guerra del Golfo, almeno 350 tonnellate di DU si sono depositate sull’ambiente, e fra i 3 e i 6 milioni di grammi di aerosol di DU sono stati liberati nell’atmosfera. Il risultato, la sindrome della Guerra del Golfo, è un disordine multiorganico invalidante complesso. Al principio, si pensava che a provocarlo fosse l’inalazione della sabbia del deserto (morbo di Al-Eskan). In seguito, divenne l’oggetto di molteplici descrizioni e denominazioni, il cui numero risulta inversamente proporzionale alle effettive conoscenze che noi abbiamo della malattia. I sintomi di questa malattia progressiva sono tanto numerosi quanto le denominazioni. In particolar modo, siamo in presenza di uno stato di debolezza invalidante, di dolori muscolo-scheletrici e alle articolazioni, di mal di testa, di turbe neuro-psichiatriche, di sbalzi di umore, di confusione mentale, di disturbi visivi, di disturbi alla deambulazione, di perdite della memoria, di linfo-adenopatie, di deficienza respiratoria, di impotenza, di alterazioni morfologiche e funzionali del sistema urinario. Di primo acchito, questa sindrome è stata sottovalutata, poi riconosciuta come sindrome progressiva. A volte considerata come malattia immaginaria, in seguito è stata qualificata come una variante cronica della sindrome da affaticamento cronico, come stress post-traumatico, per essere finalmente riconosciuta in alcuni paesi come un’entità distinta, ma non in tutti.

Si sono scoraggiate le ricerche obiettive in materia di eziologia e di patogenicità della sindrome della Guerra del Golfo, ritardando gli studi clinici, o indirizzandoli su percorsi sbagliati, vale a dire ostacolandoli, situazioni che hanno prodotto numerosi effetti nefasti su carriere scientifiche, quando queste ricerche non corrispondevano agli interessi industriali o politici. La nostra attuale comprensione della sua eziologia è ben lontana dall’essere soddisfacente. Alcuni autori suppongono che le cause comprendano le maree nere e gli incendi dei pozzi di petrolio, altri mettono in causa i vaccini preventivi e altri ancora pensano ad agenti biologici o chimici, come pure a modificazioni multifattoriali e aspecifiche del sistema immunitario e all’esposizione agli aerosol di DU [Nota 84: Sartin JS. «Gulf War illnesses: causes and controversies». Mayo Clin Proc 2000 ; 75:811–9.]. La carenza di coordinazione negli sforzi di ricerche interdisciplinari fa che questa sindrome complessa, denominata provvisoriamente «sindrome della Guerra del Golfo» e «sindrome dei Balcani», entri nel suo secondo decennio di confusione. La questione dei criteri che consentono la classificazione non è sempre ben definita [Nota 85: Jamal GA. «Gulf War syndrome – a model for the complexity of biological and environmental interaction with human health». Adverse Drug React Toxicol Rev 1998 ; 17:1–17.]. Il miglior esempio della diversità delle sue classificazioni è la diversità delle sue denominazioni. L’analisi fattoriale di Haley conduce a 6 categorie prevalenti, che comprendono 3 sindromi importanti, e a non meno di 17 sindromi minori [Nota 86: Haley RW, Kurt TL, Hom J. «Is there a Gulf War Syndrome? Searching for syndromes by factor analysis of Symptoms» [Nota published erratum appears in JAMA 1997 ; 278:388]. JAMA 1997 ; 277:215–22.]. Altri tentativi di classificazione comprendono delle denominazioni come, fra le tante altre, sindrome neuro-immunitaria, sindrome mucocutanea- intestinale- reumatoide del deserto, sindrome da stress post-traumatico, ecc. [Nota 87: Murray-Leisure K, Daniels MO, Sees J, Suguitan E, Zangwill B, Bagheri S, et al. «Mucocutaneous-intestinalrheumatic desert syndrome (MIRDS). Definition, histopathology, incubation period and clinical course and association with desert sand exposure». The International Journal of Medicine 1977 ; 1:47–72.]. Quantunque alcune delle cause supposte, come le maree nere, gli incendi dei pozzi di petrolio e le polveri delle sabbie, potrebbero benissimo applicarsi alla Prima Guerra del Golfo, nel caso dei conflitti nei Balcani non possono assolutamente essere considerate come fattori eziologici. Invece, in entrambe le aree di conflitto sono state utilizzate munizioni anticarro. Le prove sempre più numerose, nella letteratura recente, di una contaminazione da DU nei veterani della Prima Guerra del Golfo, dall’interno dell’organismo, per le due situazioni belliche si devono scontrare con i tentativi continui di minimizzare l’esistenza di questo tipo di contaminazione. L’eliminazione di isotopi di DU da parte dei soldati contaminati e ammalati va ben al di là dei 10 anni dall’esposizione, in riferimento alla Prima Guerra del Golfo, e dei 7 anni dopo il conflitto Balcanico. La maggior parte degli altri fattori suggeriti dovrebbe essere riesaminata nel quadro di una valutazione del tempo di dimezzamento biologico del DU e dei possibili impatti sanitari progressivi sull’organismo [Nota 88: Durakovic A, Dietz L, Zimmerman I. «Estimate of the pulmonary neoplastic hazard of inhaled depleted uranium in Gulf War veterans». Proceedings of ECCO12, The European Cancer Conference ; 2003 Sept 21-25 ; Copenhagen, Denmark. Forthcoming 2003.]. Questi fattori comprendono in particolar modo agenti chimici di debole intensità, gli incendi dei pozzi petroliferi, l’immunizzazione, il botulismo, le aflato-tossine, i micoplasmi. Il lungo tempo di dimezzamento fisico e biologico, la disintegrazione delle particelle alfa e la prova sicura della tossicità radiologica somatica e genetica permettono di supporre che il DU giochi un ruolo importante nella genesi delle sindromi della Guerra del Golfo e dei Balcani.

Bisogna deplorare l’assenza flagrante di ricerche attendibili ed esaustive sulla correlazione fra queste sindromi e la contaminazione da DU. La maggior parte degli studi che affermano la non presenza di effetti somatici da parte del DU nelle zone del conflitto in Bosnia-Erzegovina [Nota 89: Sumanovic-Glamuzina D, Saraga-Karacic V, Roncevic, Milanov A, Bozic T, Boranic M. «Incidence of major congenital malformations in a region of Bosnia and Herzegovina allegedly polluted with depleted uranium». Croat Med J 2003 ; 44:579–84.] non tengono conto delle concentrazioni reali di isotopi di uranio in campioni ambientali o umani. Quindi, le loro conclusioni non possono avere il crisma dell’obiettività, in assenza della quantificazione della concentrazione e del rapporto isotopico dell’uranio. Allo stesso modo, non si dà conto in modo credibile del forte aumento dei tassi di tumori nei veterani della Prima Guerra del Golfo [Nota 90: Aitken M. «Gulf war leaves legacy of cancer». BMJ 1999 ; 319:401.]. E non esistono programmi di ricerche obiettive ed indipendenti su queste questioni, se non gli studi effettuati dall’Uranium Medical Research Center (UMRC). L’UMRC è la sola istituzione ad avere effettuato di continuo ricerche concernenti la contaminazione interna da parte del DU, sulle quali non ha mai cessato di comunicare in modo scientifico e professionale. Il Centro ha fatto ricorso ai metodi ultra-moderni di ionizzazione termica e di spettrografia di massa. Questi metodi hanno permesso di identificare dallo 0,2 allo 0,33 % di U235 nei veterani della Prima Guerra del Golfo, valori che indicano una concentrazione urinaria di uranio di 150 ng/l (ng/l, nanogrammo per litro di urina, 1 miliardesimo di grammo di uranio per litro di urina) al momento dell’esposizione, mentre la popolazione del Golfo non esposta presentava delle percentuali che variavano da 0,7 a 1,0% d’U235, valori indicativi di una concentrazione urinaria di uranio di 14 ng/l.

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Ricerche condotte in Afghanistan

Le ricerche dell’UMRC condotte attraverso l’analisi dell’urina di ex combattenti della Prima Guerra del Golfo erano state effettuate parecchi anni dopo l’esposizione, mentre le ricerche più recenti fondate sull’esame di campioni biologici ed ambientali hanno coinciso con l’Operazione «Enduring Freedom» condotta in Afghanistan dal 2001. Questo paese ha offerto l’opportunità di condurre una ricerca in un momento parallelo a quello del conflitto. L’Operazione Anaconda terminava proprio nel momento in cui la prima squadra dell’UMRC entrava nella parte orientale dell’Afghanistan. Le ricerche dell’UMRC condotte sulla popolazione delle zone di Jalalabad, Spin Gar, Tora Bora e all’aeroporto di Kabul hanno identificato dei civili che soffrivano dei medesimi sintomi multiorganici non specifici relativi ai soggetti della Prima Guerra del Golfo e di quella dei Balcani: spossatezza fisica, mal di testa, dolori muscolari ed ossei, modificazioni respiratorie, tosse secca persistente, dolori al torace, disturbi gastro-intestinali, sintomi neurologici, perdite di memoria, stati d’ansia e di depressione. Sono stati raccolti campioni di urina delle 24 ore dei soggetti che presentavano i sintomi e di soggetti provatamente asintomatici, secondo i seguenti criteri:
1) Apparizione dei sintomi in coincidenza con i bombardamenti;
2) Soggetti presenti nelle aree bombardate;
3) Manifestazioni cliniche.
I soggetti del gruppo di «riferimento»venivano selezionati fra i residenti asintomatici di zone non bombardate. Veniva effettuata una valutazione della contaminazione ambientale grazie ad analisi di campioni di terreno, di polvere [Nota 91: Schmidt LJ. When the dust settles. Available from: http://earthobservatory.nasa.gov/Study/Dust/. Accessed: September 5, 2003.], di macerie e di acqua potabile [Nota 92: Hakonson-Hayes AC, Fresquez PR, Whicker FW. «Assessing potential risks from exposure to natural uranium in well water». J Environ Radioact 2002 ; 59:29–40.], secondo criteri stabiliti per la valutazione della dispersione, dei pericoli derivati dagli attinidi e della raccolta, dopo impatto, di campioni ambientali. Tutti i soggetti, compresi quelli del gruppo di «riferimento», venivano informati a proposito del protocollo metodologico e della raccolta dei campioni usando le lingue locali, il dari e il pachto, e firmavano un formulario di consenso. Tutti i campioni venivano sottoposti ad una analisi di concentrazione di rapporto fra i quattro isotopi di uranio: U234, U235, U236 e U238, nei laboratori del British Geological Survey di Nottingham (Inghilterra), tramite uno spettrometro di massa multicollettore a sorgente di ionizzazione plasmatica ad accoppiamento induttivo.

I primi risultati relativi alla provincia di Nangarhar hanno rivelato un aumento significativo di eliminazione urinaria di uranio nella totalità dei soggetti, in media più di 20 volte elevata rispetto ai soggetti non esposti. L’analisi delle percentuali isotopiche ha rivelato la presenza di DU [Nota 93: Durakovic A, Parrish R, Gerdes A, Zimmerman I. «The quantitative analysis of uranium iso topes in the urine of civilians after Operation Enduring Freedom in Jalalabad, Afghanistan» [Nota abstract]. Health Phys 2003 ; 84 June Suppl: S. 198–9.]. Analisi di campioni effettuate nel corso di una seconda spedizione scientifica, nel 2002, hanno evidenziato concentrazioni di uranio fino a 200 volte più elevate rispetto ai soggetti del gruppo di “riferimento”. Queste concentrazioni elevate di eliminazione di uranio totale sono state misurate nei distretti di Tora Bora, Yaka Toot, Lal Mal, Makam Khan Farm, Arda Farm, Bibi Mahro, Poli Cherki e all’aeroporto di Kabul. Le due spedizioni hanno rivelato tracce identiche di uranio non impoverito (NDU) in tutte le zone Orientali dell’Afghanistan prese in considerazione. I tassi di uranio registrati nei campioni di terreno prelevati su siti bombardati nel corso dell’Operazione «Enduring Freedom» erano da 2 a 3 volte più elevati rispetto ai tassi di concentrazione di 2-3 mg/kg (mg di uranio per Kg di terreno) osservati in tutto il mondo. Le concentrazioni nell’acqua erano significativamente più elevate rispetto a quelle massime tollerate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Le ricerche dell’UMRC si estendevano al Centro, all’Ovest e al Nord dell’Afghanistan. Oltre al proseguimento delle ricerche sulle analisi delle urine per misurare la concentrazione degli isotopo dell’uranio, si è dato luogo ad una collaborazione interdisciplinare dedicata all’esame clinico approfondito delle funzioni renali e polmonari, a studi citogenici delle aberrazioni cromosomiche nel sangue periferico dei soggetti contaminati, a ricerche al microscopico elettronico e sulle nanopatologie di campioni di tessuti provenienti da biopsie e da autopsie. Ricerche longitudinali su ex combattenti della Prima Guerra del Golfo e sulla popolazione dell’Afghanistan Orientale proseguono pari passo alle ricerche sulle malattie inesplicabili dei veterani della Seconda Guerra del Golfo. Studi clinici organizzati in centri medici universitari internazionali e di istituzioni di ricerca stanno valutando gli effetti del DU e del NDU sui sistemi renali e respiratori, utilizzando metodi moderni di morfologia funzionale e di rappresentazioni informatiche. Le ricerche spazieranno soprattutto sulla trasformazione neoplastica [Nota 94: Miller AC, Xu J, Stewart M, Prasanna PG, Page N. «Potential late health effects of depleted uranium and tungsten used in armor-piercing munitions: comparison of neoplastic transformation and genotoxicity with the known carcinogen nickel». Mil Med 2002 ; 167 (2 Suppl):120–2.], l’apoptose cellulare (in biologia, il termine apoptosi indica una forma di morte cellulare programmata. Si tratta di un processo ben distinto rispetto alla necrosi cellulare, forma di morte cellulare risultante da un acuto stress o trauma cellulare, e in condizioni normali contribuisce al mantenimento del numero di cellule di un sistema. L'apoptosi è portata avanti in modo ordinato e regolato, generalmente porta ad un vantaggio durante il ciclo vitale dell'organismo (è infatti chiamata da alcuni morte altruista o morte pulita). Durante il suo sviluppo, ad esempio, l'embrione umano presenta gli abbozzi di mani e piedi “palmati”: affinché le dita si differenzino, è necessario che le cellule che costituiscono le membrane interdigitali muoiano. Dagli inizi degli anni ’90 la ricerca sull'apoptosi ha visto una crescita spettacolare. Oltre alla sua importanza come fenomeno biologico, ha acquisito un enorme valore medico, infatti processi difettosi di apoptosi riguardano numerose malattie. Una eccessiva attività apoptotica può causare disordini da perdita di cellule, si vedano ad esempio alcune malattie neurodegenerative, come il morbo di Parkinson, mentre una apoptosi carente può implicare una crescita cellulare incontrollata, meccanismo alla base delle neoplasie), la mutagenesi [Nota 95: Miller AC, Xu J, Stewart M, McClain D. «Suppression of depleted uranium-induced neoplastic transformation of human cells by the phenyl fatty acid, phenyl acetate: chemoprevention by targeting the p21RAS protein pathway». Radiat Res 2001 ; 155 (1 Pt 2):163–170.] e i rischi cancerogeni [Nota 96: Durakovic A, Dietz L, Zimmerman I. «Differential decay analysis of the alpha dose of depleted uranium and the neoplastic risk in the lungs of Gulf War veterans» [Nota abstract]. J Nucl Med 2003 ; 44 (suppl):326P.]. Ricerche sulla contaminazione ambientale e sulla biodistribuzione spazieranno sugli effetti acuti e cronici dei composti di isotopi d’uranio e verranno determinate le dosi di accumulo di radiazioni e i loro effetti biologici dal momento dell’introduzione della guerra radioattiva. Attualmente, gli studi sui terreni nelle zone dove hanno avuto luogo dei combattimenti vengono estesi alla popolazione civile dell’Iraq, della striscia di Gaza, dei Balcani e di nuove aree dell’Afghanistan. Le nostre ricerche hanno confermato la scoperta di U236 nei campioni di terreno di zone bombardate del Kosovo e la presenza di particelle di DU. Questi campioni contenevano centinaia di particelle per milligrammo di terreno contaminato, di cui il 50% di queste particelle di diametro inferiore a 1,5 millesimi di millimetro e le altre di diametro inferiore a 5 millesimi di millimetro [Nota 97: Danesi PR, Markowicz A, Chinea-Cano E, Burkart W, Salbu B, Donohue D, et al. «Depleted uranium particles in selected Kosovo samples». J Environ Radioact 2993 ; 64:143–54.].

Conclusione

La guerra moderna chimico-biologico-nucleare CBRN e la possibilità che dei terroristi utilizzino clandestinamente dei congegni per la dispersione di sostanze radioattive forniscono una nuova dimensione alla gestione di masse di vittime. Il ruolo della medicina nella guerra nucleare e radiologica è limitato dalla totale mancanza di capacità di reagire alle conseguenze complesse della sindrome radiologica acuta, delle ferite composte e della contaminazione della biosfera e della popolazione umana. Nuove malattie ad eziologia inspiegabile, la patogenesi e le manifestazioni cliniche costringono i medici ad intervenire quando le modalità di trattamento presentano problemi privi di soluzione. Gli effetti nocivi dei radionuclidi che si sono depositati nell'organismo come conseguenza dei conflitti militari degli ultimi decenni, in particolare gli effetti degli isotopi di uranio, sono trattati con dovizia nella recente letteratura. La necessità di analisi interdisciplinari, ben predisposte e coordinate, sulle conseguenze ambientali e mediche della guerra CBRN, generando inevitabili progressi in una ricerca oggettiva e non tergiversante, che mira a fare luce completa sulle malattie inspiegabili che si sono succedute ai conflitti, produrrà conoscenze approfondite in questo capitolo impegnativo della scienza medica.

Asaf Durakovic
Uranium Medical Research Center (Washington D.C., Stati Uniti)

Fonte:
www.voltairenet.org


Traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova (chinino@tiscali.it)
(Segnalato da Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia)
Visto su www.pane-rose.it
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